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Il Domani per Lamento di un viziato
(La fatica di crescere la generazione "V")
Lamento di un viziato di Gaetano Righini
La si potrebbe chiamare generazione "V", quella dei trentenni in fase tardo-adolescenziale
post-studentesca impantanati a met?el guado tra farsi mantenere e mantenersi, avere come fine il divertimento o segnarne la fine, far crescere le proprie "parti piccole" - come direbbero gli psicanalisti - o lasciarle girare ad libitum sulla giostrina del proprio intimo luna park. Generazione "V" come viziati, laddove il vizio ?nteso proprio come figlio prediletto dell'ozio, sia pure ammantato della creativit?he gli antichi comprendevano nel concetto di otium.
Il protagonista di Lamento di un viziato, romanzo d'esordio spassoso ma tutt'altro che superficiale del reggiano Gaetano Righini (At?ditore, 10 euro), ?l classico "fancazzista" di provincia (una provincia davvero minima, nella Bassa a ridosso del Po, frazione San Girolamo di Guastalla, che si fatica a trovare sulle cartine), nostalgico dei vent'anni da studente universitario quando le maggiori preoccupazioni erano far venir sera e, al massimo, preparare qualche esame.
Una realt?orata, dove uno dei sommi piaceri ?voltare gallone" alle otto del mattino e tirare mezzogiorno sotto le coperte mentre si sentono in strada, in sottofondo, gli operai della Smeg che vanno in fabbrica. Un'et?ell'oro in cui i pomeriggi trascorrono all'osteria tra una partita a carte e interminabili corpo a corpo con il flipper, al massimo davanti alla scacchiera tanto per convincersi di far prendere un'ora d'aria alle meningi. E gli sforzi maggiori vengono dedicate alla strategia d'abbordaggio della "gnocca" di turno, il cui esito - rivela l'autore - ?rutto di «un complesso algoritmo composto dall'et?nagrafica del soggetto, dall'et?imostrata, dal suo aspetto fisico, dallo stemma che poteva eventualmente esibire sulle chiavi della macchina e soprattutto dalle sue capacit?utopromozionali».
Pertanto nella location per eccellenza, l'unica misera discoteca al crocevia dei vari paesi della Bassa reggiana, si delinea con rigore quasi scientifico quella che viene definita "la curva della sfiga", ovvero l'escalation delle possibilit?i realizzazione dell'incontro: «Le possibilit?i beccare partivano infatti dal rassegnato 0% dei quattordicenni e salivano ad un picco massimo (variabile per ogni individuo ma per noi sangirolamesi mai superiore al 20%) intorno ai diciannove anni dopodich?icominciavano a scendere raggiungendo un patologico 0,1% (mai negare una speranza a nessuno, la speranza ?'anima del commercio discotecaro) per chi superava i 22».
Che cosa avrebbe dunque da lamentare un "viziato" di tal fatta, le cui preoccupazioni si riducono a come far coincidere i tempi d'uscita con le donne e quelli da consacrare agli amici (e mai come nella descrizione di una giornata a pesca con i vecchi compagni di provincia si comprende il concetto di amicizia virile)? Nulla, se non che tutto ?estinato a finire e che, dopo lo spartiacque della laurea, la vita ti trascina per le orecchie dal Paese dei Balocchi al mondo dei grandi, fatto di lavoro, traffico, affitto, conti da quadrare e famiglie da mantenere. Una discesa agli inferi, per il povero viziato scaraventato dalla realt?vattata di San Girolamo a quella frenetica e operosa della citt?Che non ?oi una gran citt? trattandosi di Reggio Emilia - ma la differenza si sente, eccome. Il protagonista si vede costretto a iniziare a fare delle scelte esistenziali, nella consapevolezza post-laurea di «stare per imboccare il tunnel delle responsabilit?al quale si esce solo con la demenza senile».
C'?oco da ridere, anche se l'autore fa di tutto per strappare un sorriso ad ogni pagina e l'ironia non ?ffatto forzata. Bisogna rimboccarsi le maniche e il protagonista, tra l'altro, ha la fortuna non da poco di trovare subito un lavoro e proprio nel settore che preferisce. Diventer?n copywrighter, proprio come l'autore del libro. La sveglia torna a suonare, proprio come quando andava a scuola e bisognava buttarsi dal letto per prendere la corriera degli studenti di paese che vanno al liceo in citt??dura. «Con la sveglia che suona a un quarto alle nove dovrei solo baciarmi i gomiti», commenta obiettivo il protagonista considerando che l'amico Guido a quell'ora ha gi?unto due stalle di mucche. Ma in citt?'?a fare i conti con il traffico, l'appartamento nel condominio Peep, i vicini fracassoni, lo stipendio della «prima delle undici vite lavorative che mi serviranno a tirar su l'annualit?i Totti e Del Piero», tutti quelli che continuano a chiederti l'Abi e il Cab.
Il protagonista di Lamento di un viziato alla fine entra nell'ingranaggio ma continua a sognare (esilarante il suo programma di governo dopo un lungo dibattito con amici terra-terra ma politicamente acuti che portano i nomi di Ghegna, Silos, Brisa, Gronda, Scuffia...) e ad essere afflitto non solo dalla sindrome di Peter Pan, ma anche da quella di Pippi Calzelunghe, l'idolo dei bambini anni '70, quella che «non gliene frega niente di niente e pensa solo a divertirsi. Con tutta la spensieratezza che ti pu?frire una cassapanca di monete d'oro in solaio».
Il romanzo di Righini, pubblicitario trentaquattrenne di Reggio Emilia, rappresenta un esordio fortunato se non altro perch?lieno da modelli modaioli preconfezionati. Il suo racconto non odora di plastica, ma di terra e di fiume, di stalla e di smog. Il tema, solo in apparenza lieve, ?ffrontato con linguaggio brillante e decisamente autarchico. Se gli si pu?mproverare un eccessivo autobiografismo, soprattutto nella prima parte, che rischia talvolta di scadere nel didascalico, c'?a riconoscergli l'assoluta originalit?el linguaggio, felice pastiche di registri alti e bassi, con un accompagnamento gergal-dialettale che diviene perfetta mimesi del microcosmo narrato. Delizioso il glossario in appendice, in cui i termini strettamente emiliani o esclusiva prerogativa di un fazzoletto di terra tra la via Emilia e il Po vengono spiegati con una formula efficace che coniuga ironia e rigore filologico. Scoprirete cos?he cosa significa pigozzare, spaglione, bagolone, rumello o il quasi intraducibile nella sua efficacia bucolica stare dalla parte del formentone.
Da sottolineare inoltre l'editing pressoch?mpeccabile, il lavoro sul linguaggio e l'assenza di refusi (osservazione, quest'ultima, non pleonastica dato che si tratta di un pregio ormai rarissimo nelle opere degli esordienti e delle piccole case editrici). Non a caso l'ultimo capitolo del romanzo si intitola "Il congiuntivo ?orto. Abbasso il congiuntivo", una riflessione sul linguaggio che diventa anche metafora della necessit?i progredire, di andare avanti, di crescere e abbandonare i tempi in cui si stava troppo bene con «una birretta, un po'di chiacchiere calcio-socio-politiche, una festicciola a casa di qualcuno a cantare albachiara e io vagabondo». ?anche un tentativo di preservare l'idioletto autarchico dalla melassa massificante: «In questo mondo finto, pieno di parrucche e silicone, intrecciato di tubi catodici, appestato dalle boybands e costellato di gnocche taroccate a Photoshop, la lingua parlata rimane uno degli ultimi baluardi di spontaneit?Salviamola, lasciamola libera».
E se ?ero che il romanzo di Righini riecheggia nella struttura monologante e fin dal titolo il Roth di Lamento di Portnoy, nel racconto del pubblicitario reggiano il tratto ?eno autoreferenziale mentre la nostalgia di sottofondo accomuna un'intera generazione. ?una delle pagine migliori quella in cui il protagonista rievoca icone del passato e chiede l'impossibile: «Voglio gli Europe. Rivoglio gli Opus, i Poison e tutti quei lazzi tamarri che rallegravano la mia giovinezza...Rivoglio i cartoni animati con le lame rotanti e il maglio perforante o con delle stragnocche tipo Fujico... Rivoglio le cartoline nella cassetta della posta. Adesso invece ci trovo solo delle bollette da pagare e dei volantini pubblicitari che magari ho fatto io». E in un crescendo di delirio: «Rivoglio i motorini bardati... Altroch?cooter! Rivoglio le botteghe di alimentari. Il pane dal fornaio, la carne dal macellaio, il pesce in pescheria, frutta e verdura dall'ortolano... Rivoglio la Reggiana di Marchioro e lo stadio Mirabello... Voglio dare il mio ottopermille alla Reggiana». Che bei momenti.
Serena Bersani
Il Domani Bologna
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