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14/6/07 ItaliaLibri.Net per Le radici del silenzio

(di Renato Corpaci)


Roberto Caracci
Le radici del silenzio (2007)

La memoria delle cose

L'osservazione degli esseri umani e dei rifiuti che essi producono in Le radici del silenzio, di Roberto Caracci, porta a una riflessione sul materiale di scarto con cui si ?bituati a convivere e che, in tempi di raccolta differenziata, si ?mparato a ri-conoscere, ma anche a conoscere nelle sua compiutezza e in quella tendenza di alcuni "articoli" di prender vita, fuori tempo massimo, sotto altre sembianze...

«A mia discolpa non ebbi nulla da dire, tranne che mi pareva un sacrilegio mandare al macero oggetti riutilizzabili e che rubavo solo alle discariche in cui sarebbero finiti.» [Roberto Caracci, Le radici del silenzio, At?ditore 2007]

Si possono scorgere alcune affinit?ra Le radici del silenzio di Roberto Caracci e Una solitudine molto rumorosa, di Bohumil Hrabal, per quanto, dai titoli le si potrebbe ritenere anche opere antitetiche. La letteratura le pervade entrambe, si spande, a volte, come una muffa, ora grigia, ora vellutata e verdastra, ora sgargiante, tendente a gradare verso i colori pi?quietanti laddove le formazioni batteriche assumono il predominio delle zone pi?pervie e lontane dalla luce e dall'azione devastatrice della soda e della spugnetta.
Non si tratta soltanto di questa atmosfera espressionista, ma dell'attenzione che entrambi gli autori riservano a un aspetto che risulta, pi?e trascurato, rimosso dalle nostre esistenze, nonostante ora prema sempre di pi?r ottenere la nostra attenzione.

Hanta, il personaggio di Hrabal, «da trentacinque anni» pressa carta vecchia per una ditta che acquista intere biblioteche e archivi monumentali per trasformarli in cascame pressato, le cui balle invia per ferrovia alle cartiere di mezza Europa.

Gli anonimi personaggi delle storie «eterobiografiche» di Caracci manifestano qualcosa di pi? un pronunciato interesse per la spazzatura. Non, sia ben chiaro, un'insana passione, piuttosto un'equilibrata considerazione per qualcosa con cui si ?bituati a convivere e che, in tempi di raccolta differenziata, si ?mparato a ri-conoscere, ma anche a conoscere nelle sue manifestazioni di heideggeriana 'compiutezza' e in quelle di una inaudita potenzialit?una capacit?i certi 'articoli' di "reincarnarsi", fuori tempo massimo, sotto altre sembianze...

Lo sguardo di Caracci va oltre. Si sofferma sugli aspetti che, nel manifestare una qualche forma di degrado, lasciano scorgere il progressivo decorso dell'oggetto osservato verso il suo naturale stato di esaurimento. Ecco allora che un amore giunto al capolinea emana un odore sgradevole di sudore, di forfora e di genitali non lavati, mentre gli esseri umani subiscono acciacchi invalidanti che ne preconizzano il futuro pi?ossimo di cadaveri. Anzi, spesso si comportano gi?ome cadaveri che ancora mantengono una certa imprevedibile guizzante vitalit?

Frequentatore delle lunghe tratte dell'Eurostar, Caracci ?omo dai periodi brevi. Originario di Napoli - una citt?he ha mostrato aspetti inediti, nella loro drammaticit?seppur scontati, secondo alcuni, del capitolo 'rifiuti' - chi lo conosce ?bituato a vederlo a Milano, dove risiede, declamare testi, per lo pi?trui, accompagnando con la mano destra (la sinistra ?aldamente ancorata al libro da cui attinge, come a reggersi nella propria tempestosa veemenza) brevi, fulminee raffiche di parole che distribuisce generosamente a un uditorio affezionato e fedele che da anni gli invade la casa, un marted?? uno no. Cito:

«Quando partii in direzione del pallone, col fiato di incoraggiamento dei miei compagni nelle orecchie, non avevo deciso in quale punto della porta calciare e infilare il mio avversario. Mossi i primi passi con grande lentezza, fissando solo l'erba che retrocedeva sotto i miei tacchetti, poi accellerai d'improvviso e in un baleno vidi in basso il mio piede destro, gi?ccessivamente inclinato, incuneato tra palla e terra, e in alto l'angolo dei pali, sopra la spalla sinistra del portiere. In quell'attimo pensai proprio che doveva esserci una perfetta corrispondenza, una equivalenza geometrica, indipendenti da me e dalla mia volont?tra l'inclinazione del mio piede e l'angolo della porta.»

L'agonia di un ragazzo che sbaglia tre calci di rigore, uno appresso all'altro, ?nticipatrice di un'esistenza lontana dai bagliori dell'affermazione e del successo. I due giovani adolescenti spiantati abbandonati al primo incontro galante da due benestanti coetanee in mezzo alla campagna umbra, ubertosa quanto assolata, non permettono di prevedere un futuro di grandi svolte. Il cuore d'agnello sanguinolento nel cassettone si confonde cos?on quello che batte nel petto dell'amante respinto. Un padre incestuoso e violento, a questo punto, sembra costituire il naturale prodotto di una vita costellata di frustrazioni e fallimenti, seppur non del tutto estranea a una forma primitiva e crudele di poesia e di arte, body-art. Lontano dal breve significativo ricordo che l'autore ci dona - incastonato al centro del libro - del proprio genitore, poeta di una parola sola, ma per lo pi? silenzi, di emozioni ineffabili e di sentimenti inespressi.

Occorre giungere all'ultimo capitolo per scorgere la chiave di lettura che sostiene l'apparato narrativo. Di colpo il lettore realizza che i brani che ha fin qui divorato, passando dall'uno all'altro con crescente stupore e inquietudine, posseggono una coerenza e una coesione superiore a quella che si ?oliti riscontrare in un'ordinaria raccolta di racconti.

Dalla spina dorsale del gatto morto ai margini della corsa podistica Stramilano, sepolto dal protagonista nel corso del primo brano in un vaso di terracotta, a sua volta interrato in un'aiuola della circonvallazione, nasce un albero, un acero bianco, una pianta capace delle pi?riopinte manifestazioni che colorano il solitamente grigio autunno milanese. Il legno di quell'albero verr?dealmente impiegato per alimentare a Marechiaro, al termine dell'ultimo brano, la pira funeraria su cui giace lo zio Armando, le cui ceneri verranno riposte nel vaso di terracotta conservato sul pianoforte che il protagonista suona, a suo dire, male come lo zio, «ma a due mani».

Ecco cos?ncontrarsi finalmente, al termine della propria parabola letteraria il gatto, l'acero, lo zio Armando e la terracotta in rappresentanza di tutti: personaggi, animali e articoli inanimati, che hanno subito l'amorevole e pietosa osservazione dell'autore.

Quella che sembra la fine della storia e dei suoi personaggi in realt?on ne ?he l'inizio. Da qui prende avvio un nuovo paragrafo: il lavoro del tipografo, la commedia del distributore, la via crucis del piccolo editore. Il tutto per il piacere di molti, ci auguriamo, inconsapevoli lettori che ridaranno vita, con la lettura, alla memoria dei personaggi e alla storia.

Per ultimo noi, umili recensori, poniamo come estremo tibuto, quello dell'omologo protagonista del libro di Hrabal, che «per trentacinque anni [ha] imballato carta vecchia», che a un punto confida:

«Questa ?empre stata una cosa tipica mia, quando scorgevo nel mucchio della carta vecchia il dorso o la copertina di qualche libro prezioso, non andavo mai a prenderlo subito, ma prendevo una pezzetta e pulivo il rullo della pressa, soltanto dopo guardavo il mucchio di carta e verificavo se avevo forza sufficiente per prendere e aprire quel libro, e dopo che m'ero fatto la verifica, soltanto allora sollevavo il libro e quel libro mi tremava nelle mani come il mazzolino della sposa all'altare.»

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