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21/6/07 Francesca Felicini per Le radici del silenzio
(Francesca Felicini)
La cifra narrativa che caratterizza senza dubbio tutti i racconti (che preferisco definire novelle) di questa raccolta ?a forza, direi il coraggio e la dolorosa volont?ell'io narrante, che si autoanalizza, si pensa, si guarda, si ricorda, si riflettere nei/sui gesti pi?otidiani, pi?nali (nel primo racconto, una passeggiata su un marciapiede), che scandaglia e squarcia a volte con atroce violenza TUTTI gli aspetti di un esistenza e di un vissuto nella sua carnalit? nella sua essenzialit? Il lessico, lo stile, il periodare vogliono rendere e rendono la ricerca dolorosa e faticosa e il suo risultato, che non nega il dolore, la fatica, la bruttezza, gli aspetti pi?idi. A una prima lettura emerge certamente che il "filo rosso" della raccolta ?a presenza, l'incombenza, l'ineluttabilit?ella morte: in forma metaforica, oppure con tutto il realismo di un capezzale di ospedale, o di un funerale. La morte si attende, pervade la vita, ne ?uasi la ragione e la sostanza. Giovani o vecchi, figli e padri, vicini di casa e amici, vagabondi e residenti: tutti i protagonisti dei racconti dividono la scena con la morte. La morte intesa come assenza, sparizione, ma appunto grottescamente presente e tangibile. La morte rappresentata dalla testa di un gatto, dal bastone di un vecchio, dall'alito di un ubriacone, dalla pioggia incessante. "Panta rei", ma quello che alla fine rimane E' CHE SI PUO' RACCONTARE: il il racconto, il ricordo, "l'eredit?'affetti" fronteggia la fine e d?uce al buio e senso all'oblio. Per citare solo un paio di esempi, la "novella" del netturbino ("La vocazione del netturbino"), un individuo che passa la vita nel tentativo disperato di non far morire gli oggetti, e con loro i ricordi e l'esistenza stessa. E cos?'ultima, "La delega" , in cui un nipote rid?ita grazie al ricordo a uno zio in vita in realt?conosciuto. Potrei forse quindi dire che il vero filo rosso, o l'altro filo rosso, ?roprio il valore imperituro del racconto, della parola, che fa vivere e rivivere gli oggetti, i ricordi, le parole scritte su vetri appannati, i morti, le assenze, gli affetti.
All'autore piace raccontare, e ci racconta di passi solitari, di amicizie, di belle e brutte persone, di squallidi interni, di strade sporche, di cieli stellati, di viaggi, di notti e di albe, di stanze e di cantine...La mia non ha voluto essere una lettura "filosofica", perch?l mio approccio alla narrativa ?uasi sempre "estetico": nella lettura cerco i vissuti, le sensazioni, l'esperito e l'esperienza di mondi, teste, pensieri "altri" dai miei, ma che mi riportino nella mia testa, e nel mio vissuto, che mi facciano..."metavivere".
E questi racconti di Roberto Caracci mi hanno regalato il piacere di una narrazione poetica, densa, appassionata, torbida, problematica, che mi ha spinto a tenere il dito sulla pagina, a tratti, ad alzare gli occhi, a tratti, ad annuire, a tratti, a sospendere la lettura, a tratti, a cercare il "mio" nonno di Alice.
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