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15/2/08 Donatella Bisutti per Le radici del silenzio
(Donatella Bisutti)
Le radici del silenzio ?n bel libro. Prima di tutto per una questione di stile. Sono pochi oggi i libri ancora scritti bene, quando prevale il vezzo della scrittura approssimativa, trasandata, per non dire addirittura scorretta. Sono quei piccoli snobismi italiani, che pochi altri popoli condividono. Un po’ come l’andare in giro, da anni a questa arte, con i jeans strappati. Uno snobismo che alla fine diventa qualcosa di molto provinciale, oltre che cretino. Vai a Parigi, per esempio, capitale del ’68, luogo di Montparnasse, del Quartiere Latino e della banlieue, e di quei jeans fintamente poveri non ne vedi neanche uno, tanto meno addosso ai veri poveri. E’ lo stesso snobismo per cui da noi fa fino essere maleducati, mettere i gomiti nel piatto, insultare gli altri, digrignare i denti invece che sorridere. Cos?a un po’ di tempo storpiare l’italiano ?iventato condizione privilegiata per farsi pubblicare da qualche casa editrice altrettanto snob e fintamente a sinistra come per esempio l’Einaudi con la sua collana Stile libero, che gioca furbescamente sul caso letterario. Un libro come questo di Caracci dalla collana Stile libero non pu?sere preso in considerazione. Prima di tutto, appunto, per una questione di stile, perch? scritto troppo bene. Il che non significa per?er carit?che si tratti dello spesso esecrabile accademismo di tanta cosiddetta “prosa d’arte”, ma semplicemente che si tratta di letteratura. Ma, stile a parte, si tratta anche di contenuti. Infatti ormai allo stile sciatto si abbina la sciatteria dei contenuti che privilegia meccanicamente una totale mancanza di anima, se mi si consente l’uso di questa parola vaga, indefinita e che usiamo sempre con una certa perplessit?per?tto sommato credendoci, cos?ome si pu?rlare di divino e di sacro senza sapere bene di che cosa si tratti veramente per? qualche modo credendo che qualcosa del genere debba esistere, qualcosa cio?he ci sfugge in continuazione eppure ?? d ed ?’unica suscettibile di dare un senso alle nostra vite. Lo stesso succede con il libro di Caracci: che gira costantemente intorno, appunto, a questo punto indefinito e indefinibile, che potremmo cercare di definire inadeguatamente come il Senso. Senso peraltro continuamente eluso, rinnegato, sbeffeggiato non solo dalla vita ma dall’Autore stesso, come ben testimoniano queste pagine, eppure sempre risorgente, inaffondabile, impermeabile a qualsiasi disfatta, che a sua volta sbeffeggia la vita e lo stesso Autore al di l?i ogni sua lucida intenzione. E quindi ne risulta un libro anche amaro, a volte anche un po’ cinico, irridente, perfino dissacrante, a volte un po’ repulsivo, si direbbe che viaggi a sua volta verso il pulp, ma poi no, non ?os??olo lontano da ogni retorica dei buoni sentimenti: ?a vita che ?ulp, ma per?i ?nche sorridente bella allegra e perfino materna. Cos?uesto libro testimonia al suo stesso Autore il fatto che la realt?anche nelle sue pieghe pi?time, ?os?rofondamente contraddittoria che ?’obbligo una sospensione di giudizio. Le radici del silenzio non rischiano perci?mmeno di cadere nel difetto opposto, cio?no stucchevole buonismo, ma semplicemente (uso questo avverbio non per dire che la cosa sia semplice, perch?on lo ?ma che questo viene fatto con una certa misura di semplicit?cio?enza arroganza) ripercorrono con sofferenza, ma anche con gioia, le eterne strade per le quali la letteratura diventa chiave per cercare di accostarci al mistero dei cuori umani, e al misterioso rapporto che lega tutte le cose e le cose al cosmo, e il cosmo a un sempre ulteriore e sempre aperto interrogativo. Il rapporto profondo e difficilmente indagabile fra le “galassie del cervello” e le “costellazioni”. Quello che dovrebbe essere evidente ma purtroppo non lo ?i? cos?uesto libro di narrativa si avvicina a un libro di poesia. Perch? proprio della poesia trovare “corrispondenze” e risolvere le contraddizioni non risolvendole affatto, non volendo affatto chiarirle , ma piuttosto renderle ancora pi?steriose, fantasmagoriche, inquietanti. E arrivare a trasformare – per fare un esempio tratto da questo libro - le foglie autunnali dell’acero bianco, invece che nell’indizio di una fine, di un lento spegnersi veleggiando in direzione della morte, in un gioco pirotecnico e festoso che inneggia alla vita. Perch? proprio della poesia scoprire anche un possibile lato gioioso della morte.
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