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6/6/08 Il Sole 24ore per Fabio Botto
31/05/08 A catechismo dai Fantastici Quattro: la filosofia a fumetti di Fabio Botto
16/2/08 Claudia Mazzilli per Le radici del silenzio
15/2/08 Donatella Bisutti per Le radici del silenzio
14/2/08 Ottavio Rossani per Le radici del silenzio
Adele Desideri per Le radici del silenzio
9/2/08 Letture per Frammenti
20/01/08 Cronache a Per un pugno di libri
TIC & JAZZ - Roma, Giardini di Castel S.Angelo
13/7/07 Cronache a Fahrenheit
21/6/07 Francesca Felicini per Le radici del silenzio
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15/6/07 Rockerilla per Cronache di un disinfestatore
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10/6/07 Il Messaggero per Cronache
01/06/07 Diario per Antologia della poesia erotica
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Ugo Gregoretti per Cronache di un disinfestatore
11/05/07 Rai Edu - Cult Book per Cronache
14/05/07 Giuseppe Furno a Radioreporter
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1/4/2007 Giuseppe Furno a Radioclub91
23/02/07 Diario per Mister AT?
12/02/07 Le truppe carrellate a Radioreporter
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Lancio Ansa per Le truppe carrellate
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Repubblica per Il piombo e l'anima
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ANSA presenta il libro di Adriana Libretti
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14/2/08 Ottavio Rossani per Le radici del silenzio

(Ottavio Rossani)


La scrittura perversa e scaramantica di Roberto Caracci

I racconti di Roberto Caracci Le radici del silenzio (AT?itore, pagg. 331, Euro 13,90) sono quasi indefinibili: non sono lirici, non sono noir, non sono fantascienza, non sono psicologici. Ma qualcosa di tutto questo comunque vi si trova. Anche gli ambienti, le atmosfere, i personaggi, i ragionamenti, sono il risultato di un cocktail in cui ci sono un po’ di Kafka, un po’ di Maupassant, un po’ di Musil e un po’ di Svevo e il Joyce dei Dublinesi. Ne ?enuta fuori una scrittura “perversa”. Naturalmente parlo di una perversione estremamente letteraria. E si tratta di un’azzardata metafora, perch?a parola perversione significa letteralmente, secondo il Sabatini-Coletti: “allontanamento, deviazione dalle norme generalmente riconosciute, in particolare in ambito morale e sociale” e per estensione: “alterazione in senso deteriore di un comportamento, di una tendenza istintiva”, e sul piano sessuale: “distorsione del comportamento psicosessuale caratterizzata dal suo indirizzarsi verso un oggetto anomalo o verso pratiche erotiche diverse dall'amplesso” . E allora con quale diritto parlo di “scrittura perversa”? Posso farlo perch?secondo me, i racconti di Caracci sono contrari a tutti i canoni narrativi sia storici sia attuali. Nemmeno le “contes philosophiques” francesi del Settecento e Ottocento possono essere i lontani progenitori della fabulazione di Caracci. Quando egli parla del suo libro come di “racconti filosofici”, credo che la definizione possa riferirsi si riferisce solo ai particolari ragionamenti che seguono una stringente logica. Ma alla fine la filosofia di Caracci si manifesta nel concetto basilare, e interiorizzato da tutti, che la vita ?ifficile da vivere, che le persone sono degli automi nella societ?personaggi senza nome, anche quando ne hanno uno, che l’esistenza non ha poi un chiaro senso per cui le persone sopravvivono ripetendo gesti quotidiani in una desolazione disperante (l’osservatorio antropologico di Caracci non comprende i ricchi e i lussi e le gioie). E se l’autore scrive di situazioni allegre, lo fa cospargendo tutto d’ironia.
Il modo di raccontare ?erverso perch?on si limita a descrivere, ipotizzare, osservare, ma affastella un particolare sull’altro, con lo strano ed estenuante effetto di avvolgere un filo su una trottola col ritmo di una spirale. Tendenzialmente questo tipo di narrazione non finirebbe mai. E se c’?n colpo di scena, un cambiamento di tono, non ?ai rottura, non ?ai una situazione nuova, ma ?a continuazione del precedente pensiero, ragionamento. Si continua a leggere ed ?ome se non dovesse mai accadere nulla nella successione del racconto, mentre le cose enumerate sono tantissime. Dopo 30 o 50 pagine che sembrano ferme, tutte arrotolate su se stesse, ecco che anche quell’esile trama tuttavia si dipana e trova una conclusione, magari senza soluzione. L’autore comincia un pensiero elementare, e va avanti ad esporlo attraverso metafore e similitudini, ma soprattutto attraverso coordinate o subordinate, che riescono a dissezionare, definire, conteggiare, accumulare, confrontare, disseminare, paragonare. Cos?a periodizzazione diventa anche barocca, ma come una malattia del tempo. L’accumulo dei materiali linguistici, sintattici, semantici, diventano sedimentazioni progressive di escrementi di uccelli sulle guglie di una cattedrale, si trasformano in ferite scorticamenti, sgranulamenti sui frontoni o all’interno delle colonne che reggono le navate, austere ma a loro volta ricoperte di geroglifici. Elementi invisibili da lontano, ma sorprendenti da vicino, sono gli affreschi dentro le singole cappelle, con colori scuri ma all’improvviso, magari sui margini delle composizioni, illuminati da fulmini rosa, da mantelli celesti, da sciarpe o stole gialle, e soprattutto da cieli rossi, arancioni, bianco/azzurri. E poi i simboli: cardellini, martore, cani, scudi, stemmi, sigle, ormai difficili da decifrare.
Il termine “barocco” per?trebbe fuorviare. Non ?a scrittura che si abbellisce della complessit?del recupero di antichi motivi ornamentali, ?l barocco del silenzio, cio?ella parola non pronunciata, del mutismo relazionale o della decadenza dei valori spirituali. Le pagine di Caracci sono pregne delle parole incrociate della desolazione urbana, sono tomografie assiali computerizzate (le TAC) della convivenza civile degradata, con i suoi parametri divenuti incomprensibili, della societ?ndustrializzata, postindustriale, postmoderna, informatizzata.
Il “silenzio” di cui scrive Caracci non ?uello della rete internettiana. Qui non ci sono internauti. Nel micro(macro)mondo di Caracci ci sono invece gli urbanauti, i vaganti della metropoli ostile ma non aggressiva, non violenta (Milano, Napoli), come soggetti non identificati (e usiamo una similitudine, sul genere di quelle tanto amate dall’autore: alle pagine 144/145, per esempio, ne abbiamo contate ben otto, salvo errore). Le persone di questo mondo sono in pratica robot, che sembrano possedere una geografia di sentimenti contrastanti, e in realt?anno solo il sentimento dell’anonimato, del nascondersi dentro la folla. Marinai che non mai trovato i fari per evitare le derive notturne verso gli scogli.
Nella storia che apre il libro e che d?l titolo a tutta la raccolta il silenzio ?ondamentale. Ma ricorre anche in tutti gli altri e si qualifica come l’humus da cui sgorga il fenomeno narrativo. Esilarante, anche nella sua persecutiva esasperazione, ?l racconto Chiove… in cui la figura del padre “poeta” non va al di l?i questa parola che riassume nelle intenzioni dell’autore/figlio tutta l’esperienza esistenziale dentro e fuori casa. Parimenti divertente ?l racconto dello zio che affida al nipote la delega ad utilizzare, per organizzare il suo funerale, i duemila euro che tiene sempre nella tasca della vestaglia per prevenire un eventuale furto da parte della famelica infermiera dell’ospizio in cui ?icoverato. La parola “silenzio” ?uella pi?ata in questi racconti. Si tratta di un silenzio reale, ma spesso piuttosto metafisico, surreale, assurdo. Se l’autore scrive: “lo incoraggiavo con il mio silenzio a dire di pi?221; (pag. 146), in altre pagine ma in altre pagine il silenzio ?sato come leva, come pretesto, come termine di paragone.
La citt?i Caracci ?na ragnatela di incroci sconosciuti. I personaggi non sono identificabili se non per il ruolo sociale: l’albergatore, l’edicolante, il netturbino, l’infermiera. I nomi non contano. Che cosa cambia se uno si chiama Rino o Toni?
Il libro avrebbe potuto intitolarsi “Il silenzio delle radici” perch?uel che cerca Caracci in tutto questo insistito, ossessivo lavorio fabulatorio/linguistico, sono proprio le radici dell’uomo contemporaneo, sommerso dalle invenzioni e dalle comodit?radio, tv, Pc, giornali, lavastoviglie, lavatrici, capitali e profitti, e per contrapposizione grandi povert?eccidi, vestiti), rarefatto per?i rapporti con i suoi simili. Insomma, l’uomo ?olo e per superare lo stralunante handicap si circonda di cani, gatti, canarini, e altro, qualcuno si accompagna perfino a un tigrotto, in minuscoli appartamenti per cui, come scriveva Leonardo Sciascia in “Nero su nero”, “questo grande amore per gli animali mi insospettisce, forse nasconde il non amore per i propri simili” (cito a memoria).
Per finire, questi racconti ricordano l’angoscioso film di Martin Scorsese (1985) Fuori orario, in cui un impiegato giranelle strade malfamate di Soho pensando di passare una notte piacevole, ma tra delitti, suicidi, furti, l’esperienza diventa un incubo a causa di una serie di incontri con personaggi grotteschi. Nei racconti di Caracci, tuttavia, c’?na pietas che nel film non c’?Forse se ne pu?arre la morale che per vivere si deve fare una grande fatica, per? possono ritagliare anche momenti di armonia con se stessi grazie ad un’affettuosa ironia, che non risolve i problemi ma li pu?ndere pi?ggeri e sopportabili.